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Recitare. Guarire?

July 1, 2017

Mi chiamo Silvia Pernarella, professione attrice. Da circa 30 anni il mio interesse gravita tutto intorno all’arte: prima con la danza, poi con la recitazione, il canto, il grande teatro di prosa italiano e le collaborazioni con Igor Sibaldi…

Ma di me trovate tutto sul sito, quindi non mi dilungo…

 

 

Quando Marcella Bansuri di Radio Silence mi ha chiesto di fare alcuni interventi su come il teatro possa aiutare l’evoluzione di un essere umano, ho accettato immediatamente.

Potevo cominciare ad approfondire qualcosa che in genere un attore dà per scontato.

L’aspetto terapeutico del teatro è noto dalla notte dei tempi. 

L’essere attore e l’essere guaritore trovava nello sciamano la sua massima espressione.

Che significa? che, in un certo senso, facendo l’attore guarisci, facendo il medico interpreti.

 

 

Fu Aristotele a introdurre il concetto di Catarsi, di “purificazione”: il pubblico si riconosceva negli interpreti e partecipava emotivamente alle loro vicende, “liberandosi” così da quello che danneggiava la sua mente, la sua natura di servo, di cittadino. Solo così si consolidava il senso di appartenenza dei cittadini ateniesi che condividevano tra loro lingua, dei, vicende umane.

 

Pare che De-Sade (nella seconda metà del 700 ), il famoso marchese osceno e sadico, fosse colui che per primo percepì un legame tra guarigione e interpretazione. Nel manicomio in cui era stato rinchiuso scriveva testi teatrali e li faceva recitare i pazienti ospiti.Recitando una passione opposta a quello che lo affliggeva, il malato si liberava della sua “idea fissa”.

 

 

Nel 1900 irrompe sulla scena mondiale la psicoterapia e piano piano il teatro ne viene travolto. Dagli anni 60 il binomio teatro-guarigione inizia la sua storia. E’ stato il regista polacco Jerzy Grotowski a parlare per primo della “funzione terapeutica del teatro per l’umanità nella civiltà attuale”. Egli concepisce un vero e proprio allenamento per l’attore che permette di eliminare il superfluo, togliere maschere per portare alla luce la sua vera essenza. Un lavoro su se stesso condotto in maniera rigorosa, mentre si puntava a stabilire col pubblico un rapporto viscerale. 

 

Per Peter Brook invece, (altro regista che ha fatto storia), l’atto teatrale è un “lasciarsi andare, un rinnovarsi, un purificarsi per l’attore e il pubblico.” E’ insomma un’esperienza liberatoria.E nel bel mezzo di una rivoluzione culturale e sociale tra teatro tradizionale, di ricerca,  cinema,  psicoterapia si inseriscono le nuove forme di Terapia che prendono a prestito il teatro, poco interessate, quindi, alla performance.

 

Jacob Levi Moreno, psichiatra austriaco, inventa lo Psicodramma: il laboratorio teatrale venne usato come intervento per situazioni borderline; il paziente rappresenta se stesso dando una forma drammatica al proprio vissuto interiore attraverso la spontaneità e l’improvvisazione libera.

 

Robert Landy, invece, formula la Drammaterapia: per lui l’individuo gioca una serie di ruoli e gli attori sono quelli che entrano ed escono da più ruoli. Gli attori non diventano i personaggi ma  avvicinano se stessi e le loro esperienze alla performance, tanto da aiutare a comprendere e alleviare problemi sociali e personali. Così come è bene che una persona si avvicini all’arte dell’attore per esplorare i propri pensieri emozioni e comportamenti.

 

 

Fino a Bert Hellinger (siamo nel 1980) padre delle Costellazioni Familiari, il quale riprende molti aspetti dello psicodramma di Moreno, della psicologia della Gestalt, di quella sistemico familiare di Virginia Satir, dalle teorie di Milton Erikson sull’ipnosi e la PNL. Prima prete e poi psicologo, Hellinger prende le distanze dal teatro e dedica i suoi studi definitivamente alla risoluzione di conflitti che l’individuo condivide con una comunità.

Da un certo punto di vista tornando alle origini, dall’altro tradendole completamente.

 

 

Questi sono solo alcuni dei contributi.

 

Personalmente di psicodramma e drammaterapia  non so davvero nulla, se non a livello teorico. 

Sono un’attrice lavora in funzione di una performance, faccio cultura.

E per me l’arte e il teatro fanno miracoli senza essere didascalicamente terapeutici.

“La guarigione” è una “conditio sine qua non” del lavoro che si fa in teatro, non il suo scopo.

Infatti puoi anche ammalarti di teatro mentre migliori la vita di qualcun altro.

 

Negli anni ho visto che quando qualcuno dice di voler cambiare, guarire migliorare a tutti costi, l’azione delle “terapie” rischia di essere lenta o la persona fa resistenza, si autoboicotta.

Nel grande cambiamento, nella guarigione, ci cadi. Anche grazie al teatro. Ed è un processo spesso sconosciuto che ti porta dove vuoi arrivare e dove vuoi andare lo capisci magari soltanto nel processo. 

 

Ecco perché oggi, per la mia esperienza di attrice e nel mio lavoro anche di guida durante i seminari che conduco con Igor, dire che il teatro è una forma di terapia mi è sempre sembrato un impoverimento o una soluzione, sì, ma a metà. Così come fu per molti autori o registi di teatro a cui mi sento più affine:

 

 

Per Brecht si andava a teatro per riflettere.

Per Ronconi il teatro era una forma di conoscenza.

Per Checov il segreto di tutto stava nell’immaginazione dell’attore e il teatro non doveva competere con la realtà.

 

E’ assolutamente naturale o richiesto - (ma non scontato) che con il lavoro che si fa in teatro insieme ad una guida/regista, ai tuoi colleghi, a allo studio di testi di grandi autori puoi imparare a fare tre cose.

 

1) a leggere nella mente delle persone: si impara a riconosce la dinamica di una reazione, di un comportamento. Tanti hanno superato e vissuto situazioni critiche simili alle tue, prima di te.

 

2) smettere di aver paura: proprio perché ci si allena a analizzare circostanze, situazioni, e a prevedere, i tanti possibili scenari futuri.

 

3) dare un senso a tutto quello che fai :quando impari a guardare davvero le cose e sai come muoverti di fronte alle resistenze che incontri, lasci che la tua vita e quella degli altri ti sorprenda.

Hai risorse, hai fiducia, hai volontà e idee.

 

Perché più togli il centro della tua attenzione da te e lo poni su altro o altri, più conosci ed entri in contatto con persone, cose, concetti, situazioni che richiedono un tuo impegno artistico e creativo, e più ti appassioni, e tutto intorno a te cambia.

 

 

 

C’è una canzone di Guccini che dice così:

 

E percorriamo strade non più usate

figurando chi un giorno ci passava

e scrutiamo le case abbandonate

chiedendoci che vite le abitava,

perché la nostra è sufficiente appena

ne mescoliamo inconsciamente il senso;

siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso.

 

 

Proveremo ad essere un pò meno ingenui,

e ad usare di più l’ingenuità.

Per difenderci, anche da noi.

Anche perché la radice di guarire, dal tedesco wehr significa “difendere”.

 

La vera guarigione non è forse guarire da se stessi?

 

Parleremo di cosa significa essere artisti, di gestione delle emozioni, del contributo degli studi americani al 21esimo secolo.

 

Guarire da se stessi.

 

Vediamo se anche solo con le parole ci riuscirò.

 

Alla prossima!

 

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