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Gli ARTISTI e il TALENTO

July 18, 2017

Avevamo visto, nel post precedente, che rispetto al passato la figura dell’artista oggi è sensibilmente cambiata.

Ma qual’è l’origine della confusione tra quello che è o non è artistico?

E cosa significa avere un talento e sfruttarlo?

Che cosa rende oggi  un pittore, un musicista, ballerino, un cantante, un narratore, un regista, un attore, un poeta, uno scrittore, un fotografo, un designer una persona…speciale?

 

Alla radice della confusione intorno a ciò che è o non è artistico ci sono 2 aspetti:

  1. “Artista” è un’opinione : diventa un fatto emotivo, personale e collettivo, se non vengono stabiliti dei criteri di valutazione chiari.

  2. Si confonde l’artista con una persona creativa.

 

L'ARTISTA E LA PERSONA CREATIVA

 

 

Mi soffermerei oggi sul secondo punto: non mi sento di confondere un’artista con colui che ha una vita creativa.​​

  Il primo, infatti, fa una certa scelta a tutto tondo.

 

  • ​​Si assume la responsabilità personale e sociale del suo dono e si impegna quotidianamente e senza sconti.

  • L’artista ha bisogno di imporsi o anche semplicemente di esprimersi: con la sua opera sa “urlare” i suoi bisogni, trascendendoli.

  • Soprattutto agli inizi può trovare mille ostacoli in una società che usa la censura o peggio l’indifferenza: ma un artista, seppur ne tenga conto, non trova in questo un motivo per “negarsi”.

 

Chi ha una vita creativa spesso, invece, è in risonanza con quello che è intorno a lui.

  • Può avere blocchi di vario genere, ma non è necessario che diventi un catalizzatore della società, che faccia tendenza e storia.

  • La persona creativa può trovare mille motivi per fermarsi, rimandare. la persona creativa trova scuse per non mettersi in “proprio”; uno stipendio fisso e la famiglia diventa lo scudo dentro il quale si chiude.

  • La persona creativa potrebbe con più facilità rendere le cose più belle e facili per lui stesso e per chi gode della sua creatività: spesso riesce a calpestare il suo dono fino a dimenticarlo o peggio, a trascurarlo, a renderlo insulso e inutile.

 

L’artista cavalca i pregiudizi, la persona creativa ne è ossessionata.

 

Tutti possiamo essere persone creative…ma non vale la pena provare a diventare davvero artisti?

 

 

 

 

AVERE UN TALENTO E NON USARLO

 

Julia Cameron (nel suo libro: "La via dell’artista" ) dice che per far nascere “il creatore” che c’è in noi bisogna pensare che gli artisti non siano pazzi, ma sani; non squattrinati ma ricchi, non irresponsabili ma responsabili, non solitari e malinconici ma socievoli e allegri, non infelici ma felici non condannati ad una vita travagliata ma salvati dalla loro creatività. Non posso che trovarmi in disaccordo.

 

Bisogna guardare un dono, un talento per quello che è:

una condanna tanto quanto un’opportunità.

 

 

Coltivare la propria creatività è importante, ma lo è molto di più accorgersi delle persone che siamo, per cosa siamo nati e dove possiamo dare il nostro meglio: anche se la cosa può non essere piacevole.

 

Aver in queste due puntate parlato di artisti era un’occasione per parlare di ognuno di noi. Cosa non possiamo fare a meno di essere oggi? E qual è il contesto in cui siamo siamo chiamati ad agire?

 

Io ho sempre considerato il talento come una malattia. L’essere “costretti” a portare il peso del proprio dono, come una malattia. Alzarsi dal letto ogni mattina e non poter davvero scegliere una vita diversa perché la tua “chiamata” ti urla di essere sempre alla tua reale altezza: pena, una reale malattia.

Che tu sia un meccanico o un politico, un ricercatore o un attore fai una cosa sola: siilo fino in fondo e fai cose eccezionali fino all’ultimo giorno che ti sarà concesso.

 

 

 

 

E se amare è il tuo unico talento, ama. Ma da Artista.​​

 

 

 

 

 

 

E ho trovato in Thomas Mann un mio sostenitore:

 

Un artista, un vero artista per cui l’arte sia una predestinazione e condanna è distinguibile tra una folla umana allo sguardo meno esperto. Il senso dell’isolamento, della non appartenenza, di essere riconosciuto e osservato, un che di regale e d’impacciato insieme(…).

 

Uno può mascherarsi, camuffarsi finché vuole, vestirsi come un’addetto d’ambasciata o un ufficialetto della guardia in permesso: basterà che alzi gli occhi, che pronunci una parola, perché ciascuno sappia che quello non è un uomo bensì qualcosa di estraneo, di sorprendente, di diverso.

 

“Questa è vocazione” dicono umilmente le brave persone che subiscono l’influsso di un artista e nessuno sospetta che le premesse di questa vocazione siano negative e problematiche…

 

 

Good Luck...

 

 

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