September 14, 2017

Please reload

Post recenti

Le 25 Cose Strambe di me

August 4, 2017

1/1
Please reload

Post in evidenza

HATERS e Felicità: gestire due Psicosi

July 23, 2017

 

Questa settimana ero pronta ad iniziare il grande capitolo sulle emozioni,

quando mi sono imbattuta in un articolo di Paolo di Paolo, un bravissimo scrittore (che conosco da tempo perché frequentavamo lo stesso liceo ) che si è occupato recentemente, sulla pagina web di Repubblica, di quella che è diventata una vera e propria “epidemia”: gli “Hater” - gli intolleranti del web.

 

Quello degli haters è un fenomeno studiato almeno quanto la ricerca della felicità, e contemporaneo ad essa: sono utenti che avvelenano le discussioni di commenti violenti e immotivati con un atteggiamento costante di polemica contro qualcuno.

 

E mi sono detta : perché non parlare della contraddittoria relazione tra Felicità e “Hater”: tra il bisogno spasmodico di essere felici e l’orgoglio con cui si inveisce contro qualcuno o qualcosa. Insomma “l’arte” della gestione delle emozioni tra web e vita-fuori dal-web.

 

 

 

La scrittrice Tiffany Watt Smith, a proposito dell’allegria, dice che a Disneyland, “ il posto più felice della terra” “dove i sogni diventano realtà”, ci sono moltissime regole che devono seguire gli attori che interpretano i vari Mickey Mouse o Cinderella: devono rimanere nel loro personaggio tutto il tempo, avere la voce del Carattere che gli è stato assegnato e sorridere. Sempre. Questo di fronte a ragazzini iperattivi e genitori stressati. Dopo i 27 anni, le Cenerentole, le Biancaneve e i Topolini e i Paperon de' Paperoni devono trovarsi un altro lavoro: o perché sviluppano nodi alle corde vocali (a volte inoperabili) o per evitare che, con il tempo, si accumulino in loro sentimenti di frustrazione e risentimento.

 

Infatti è stato dimostrato che i dipendenti della Disney sono ad alto rischio di esaurimento: essere costretti a recitare emozioni positive sulla lunga distanza può essere deleterio per la psiche e il fisico.

Mentre gli studi di Paul Ekman, psicologo statunitense, dimostrano che sorridere con i muscoli facciali porti un reale benessere anche se non si è per nulla felici, dall’altra parte studi e osservazioni sui lavoratori dipendenti ci dicono che forzare a lungo il controllo di un’emozione porta a risultati opposti.

 

 

 

L’allegria come requisito lavorativo è apparsa per la prima volta negli Stati Uniti che ha fatto del pensiero ​​positivo la sua arma per migliorare la produttività.

 

Ma sappiamo che le prime ad essere incoraggiate a mantenere l’entusiasmo furono le casalinghe.

Le sorelle Becker nel 1869 scrissero un manuale di economia domestica in cui si invitavano le donne alla pazienza e all’allegria, cose che sarebbero state “nutrienti” per i figli e il marito come per preparare lo stufato.

 

 

 

E mentre rabbrividivo nel leggere queste informazioni (che facevano dell’allegria non un sentimento naturale, reattivo, spontaneo, bellissimo, ma un condizionamento sociale utile per i "masters" e rassicurante per gli "slaves") pensavo a quello che è fondamentale nel mondo della recitazione:

 

un bravo attore non può costringersi ad avere una vera emozione. 

 

A parte essere una contraddizione in termini, ma se gli attori per una vita intera fossero costretti a fingere emozioni, (per quanto se ne dica sulla loro malafede, sul loro fingere nella vita reale), sarebbe deleterio per la loro interpretazione, il loro lavoro e la loro salute psichica.

 

Cosa li salva? Non mentire a se stessi.

 

Sapere che sotto ogni vocale del copione c’è un’intenzione ben precisa,

con un'utilità, un'urgenza, un fine.

Avere una profonda conoscenza del "materiale umano"

con cui devono confrontarsi e che devono comunicare.

Che quella piece prima o poi finirà.

Che gli attori non sono i personaggi che interpretano.

Solo così possono “abitarla” davvero, quell’emozione.

 

E invece cosa succede in quella che è la tanto decantata Vita Vera?

 

 

Che moltissime persone si ritrovano ad avere a che fare con un cumulo di frustrazioni non elaborate, si ritrovano a recitare ruoli che non amano, a non riconoscersi nei panni che altri hanno scelto per loro o che loro hanno deciso di indossare per fare un dispetto a chissà chi.

 

Così si rischia di diventare mamme o fidanzate/Cinderella (servili, ma non di fronte ai figli o ai compagni, no…di fronte alle proprie insicurezze), lavoratori mickey Mouse o Paperon de' Paperoni responsabili, efficienti, sempre mortalmente giovanili e senza alcun problema col conto in banca. Poco importa che non sia così. L’importante è far finta di niente: un giorno le cose miglioreranno. Magari col superenalotto.

 

Ma ora arriviamo al punto: perché il collegamento con gli “hater”.

 

Ai dipendenti della Disney viene anche vietato di sedersi, di avere un cellulare, e sono obbligati a mantenere la segretezza sulle dinamiche del parco giochi. E a meno di trent’anni gli viene tacitamente consigliato di cambiar vita. (Brava la Disney!)

Cosa succede invece, normalmente, al di qua di quel finto-fantastico-mondo?

Di sedersi e prendere un cellulare a tutti noi viene permesso (o ce lo permettiamo anche quando non è richiesto dal buonsenso) : ed è in questa magra consolazione che riversiamo una buona parte di quello che siamo e delle scelte che tutti i giorni facciamo.

 

Quando si ha una vita che non è esattamente quella desiderata,

sfogare le proprie frustrazioni di fronte a qualcuno che invece prova a cercare la SUA strada

 è tacitamente caldeggiato, permesso e non punito.

Che sia contro immigrati, persone ricche, politici o persone che si divertono a spese della tua attenzione, è poco importante.

 

E’ tutto utile per lasciare le cose esattamente come sono. 

 

Quell’odio indifferenziato ha sì origine da un disagio sociale. Ma esisterebbe quel disagio sociale se non ci fosse già prima quello personale che non trova soluzioni?

 

Gli "Hater" non ce l’hanno con chi ha successo in qualcosa o fama ce l’hanno con se stessi. Però non sanno dirselo, non sanno ammetterlo

affetti come sono dal disturbo della presunzione e dell’orgoglio.

E peggio, hanno perso la capacità di elaborare una frustrazione.

 

 

 

Sei stato tradito, licenziato, vessato e hai bisogno di sentirti parte di una comunità? Di una sedicente patria? Della stessa razza e dello stesso paese che mette a dura prova i tuoi nervi?...davanti a uno schermo?

Sei sicuro che domani andrà meglio?

 

Non si tratta di antipatia (che è sanissimo provare senza avere il bisogno di condividerlo): si tratta di una psicosi collettiva che peggiora il già disagio del singolo individuo. Ti hanno costretto a pensare che sei a posto perché sei “positivo” e lavori sodo, anche se non lavori: ma ti calza davvero la vita che vivi se hai bisogno di criticare quella altrui?

 

Nessuno Xanax ha effetto così immediato dello scorrere veloce del dito e degli occhi su uno schermo. Nessun servizio è così conveniente.

(Free and addicted…)

 

E se puoi sfogare una frustrazione - in un attimo - , frustrazione che chiami libertà di espressione, digitando qualche commento violento o qualche volgarità senza che tu sia licenziato, senza che tu debba mettere in discussione la tua vita sentimentale, senza essere richiamato da un preside allora d’accordo, fallo…

 

Ma la tua “vita” emotiva prima o poi chiederà il conto.

 

 

La prossima settimana inizieremo a dare le PAROLE a ciò che proviamo, e vedremo che non è ancora tutto perduto, dopotutto...

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi su Facebook
Condividi su Twitter
Please reload

Seguici