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VERGOGNA: tra smartphone, clan e vaccini

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Nell'ultimo post (vedi) abbiamo visto come nella società tecnologica la vergogna sembra essere scomparsa. La forza di quest’emozione, che può portare una cambiamento radicale - in bene o in male - viene ridotta ad una situazione risolvibile e trascurabile nella corsa al successo.

 

Questo mi introduce ad un’altro aspetto della vergogna: l’assenza dei confini tra pubblico e privato.

 

Se parli a voce alta al cellulare, in un luogo chiuso, pubblico, e non ti accorgi che stai limitando la libertà altrui e la tua stessa privacy, significa che

hai perso la compattezza della parte di te che giudica e controlla; hai smesso cioè di percepire l’altro: la persona davanti a te diventa un fantasma.

L’altro è il tuo pubblico che decidi quando far apparire. E in più non riuscirai a provare vergogna se urli tua vita privata su un treno. Perché? Perché lo fanno tutti: anzi, troverai assurdi e antiquati coloro che non vorranno adeguarsi alla massa degli urlatori. Me compresa.

 

In questa prospettiva è facile accorgersi di come ogni principio di autorità dentro le persone sia sfumato e di come molti si comportano: come se fossero perennemente soli. Un paradosso, oggi.

 

 

Spesso un individuo riesce a provare vergogna solo davanti a persone per lui significative.

 

Dove il senso della collettività, del legame sociale si perde, l’individuo fa capo al suo clan e risponde solo a quello.

 

Ed è lì, quando il coinvolgimento emotivo è molto alto, che i membri del "clan" preferiscono usare come strategia bloccante il senso di colpa. Se non ti adegui alle regole del clan è bene che tu sia bloccato nelle tue prospettive future, nelle tue iniziative e nelle tue emozioni. 

Se provassi vergogna per i valori imposti dal clan o per la tua ostinazione a restare in un ambiente limitante e unilaterale, potresti ricominciare una nuova vita e rispecchiarti in altri valori.

Ma si sa: certe convivenze chiedono un sacrificio

in cambio della sopravvivenza del legame stesso.

Succede infatti che molte famiglie e piccole aziende richiedono questa cecità facendola passare per “dedizione” o “affetto”.

 

Indubbiamente la vergogna è la più potente, espropriante, manipolante delle emozioni se viene usata come strumento di controllo e potere

 

 

È ciò che usano per farci rigare dritto: con i mezzi di comunicazione, oggi, è facilissimo.

La vergogna è utilizzata come forma di punizione (pensiamo alle foto private o ai video hard condivisi sui social, di star o gente comune, le notizie sul web che colpiscono quel ricco o quello famoso). Far perdere la dignità e mettere qualcuno alla gogna mediatica è facile, tanto facile da non farci rendere conto che anche noi potremmo esserne prima o poi vittime.​​

 

Pensiamo a tutti gli atti di violenza domestica, sessuale le cui vittime sono indifferentemente uomini e donne:

la minaccia si lega indissolubilmente al senso di frustrazione

che deriverebbe dall’ uscire allo scoperto, al denunciareall’aprire quel vaso di Pandora di azioni, provocazioni, errori, paure, ignoranza, che coinvolge vittime e carnefici in egual misura.

 

A volte la disperazione e la rabbia non sono sufficienti a far intraprendere la via della denuncia e del cambiamento radicale di vita e la vittima sceglie la via della repressione di sè: la vergogna unita alla paura fa tabula rasa di tutti gli aspetti più vitali, intraprendenti, coraggiosi e risolutivi di un essere umano. Lo sanno i potenti, lo usano i sadici.

 

 

​​Sentirsi “macchiati” e perciò nascondersi, è una delle più antiche forme di sopravvivenza.

 

Ma rendersi invisibili anche a se stessi è davvero la soluzione migliore? Accettare l’indifferenza come punizione di sé o dell’altro è davvero la via più sostenibile?

 

 

Sicuramente subire un allontanamento forzato è un gravissimo colpo che non tutti riescono a sostenere: anche se hai tradito dei valori a cui hai smesso di credere o commesso colpe che non ritieni tali. Pensiamo chi non ritiene opportuno dare 10 vaccini al proprio bambino di 3 anni: quanto si è disposti a portare avanti una lotta che tra le controindicazioni ha far vivere il proprio figlio isolato dagli altri bambini? 

 

L’estromissione è sempre un atto violento.

 

La soluzione che trovano molte persone è quella di vivere nell’illusione di appartenere ad una nazione o ad una categoria o agli “amici” sui social, piuttosto che essere allontanati e rischiare di iniziare qualcosa di nuovo e lottare per le idee in cui si crede, per “provare” qualcosa di più e di diverso. Non li biasimo. Ma forse non è, questa, l’unica soluzione.

 

Un antidoto contro questi aspetti violenti e limitanti della vergogna?

 

La cultura, lo studio e il sostegno da parte di chi ha già intrapreso la via più difficile: quella dell’ascolto e del coinvolgimento emotivo di idee e proposte, quella del dubbio e della messa in discussione continua di tutto, anche di se stessi. 

 

Forse vale la pena rischiare e intraprendere questa strada.

 

 

 

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