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VERGOGNA e SUCCESSO

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La vergogna negli ultimi anni ha subito una metamorfosi portandosi dietro tutta una serie di riflessioni proprio sulla sua presenza/assenza nella società contemporanea.

La vergogna va a toccare contemporaneamente

la sfera pubblica e privata dell’individuo.

Spesso sentiamo dire “dovresti vergognarti!” “che vergogna” e dall’altra parte “non c’è nulla di cui vergognarsi”. Perché?

 

In una società in cui lo spettacolo e l’esibizione sono all’ordine del giorno è difficile vergognarsi di qualcosa o invitare a qualcuno a farlo.

 

Perché se le istituzioni sono le prime ad infrangere le regole (del buon costume, della legge, della legalità), io non posso?e perché “se lo fanno tutti” (amici parenti ricchi poveri), io non dovrei?

Poco importa se questo significa dare il peggio di sé: oggi ci si può sentire legittimati a farlo grazie a quella perdita di fiducia e di valori.

 

Il “non c’è di niente di cui vergognarsi” di fronte a frodi, tradimenti, soprusi e volgarità è avvertito come” normale”.

Il punto - e qui apro una pericolosa parentesi - è che come esseri umani noi non sopportiamo il peso della libertà, non sopportiamo la responsabilità di far finire la nostra libertà dove inizia quella dell’altro. La stessa aria tirava all’inizio del 900: la libertà sfrenata, grandissima produzione di idee sfociò nel ristabilimento dell’ordine e del terrore che solo guerre e totalitarismi sanno fare. Ma non è detto che la storia si ripeta. Giusto? (…) speriamo.

 

 

Ritornando alla metamorfosi della società, quando si diffonde una profonda sfiducia nei confronti di chi dovrebbe “proteggerti e salvaguardarti” l’individuo comincia ad affermare la propria unicità e singolarità 

e fa propri i valori imprenditoriali in cui l’iniziativa individuale, il successo senza se e senza ma, la competitività, “l’io contro tutti” e i contratti che regolano tradimenti, sono la regola.

 

In un clima di individualismo sfrenato se si viene colti in fallo si sceglie di parlare di senso di inadeguatezza, non di vergogna.

 

L’azione “colpevole” lascia il posto all’ errore di precorso, la momentanea perdita di controllo sul proprio successo, una debolezza facilmente e silenziosamente superabile. Possibilmente in modo rapido e indolore. Ed è allora l’orgoglio entra in scena. L’ orgoglio inteso come difesa delle proprie scelte, e non come riconoscimento di dignità umiliata, è fondamentale in questo processo di copertura.

La società che sceglie la tecnologia come sua appendice, crede che l’individuo possa essere riparato perché temporaneamente malfunzionante : riparato con pillole, pacche sulla spalla e qualche video motivazionale. 

 

Solo se qualcuno si “ferma” e non aderisce a modelli di felicità ricchezza e successo è considerato un fallito, un incapace, un perdente: questa è la vera vergogna.

 

Bisogna adeguarsi, per non sentirsi esclusi.

Se ci si sente esclusi ci sono due strade percorribili.

O la depressione o il risentimento.

 

La depressione ti autoesclude, da un certo punto di vista, dalla corsa dei vincenti, è una strada coraggiosa, che chiede isolamento e riflessione. Una strada che non va “sistemata” ma capita e affrontata quel tanto che basta per permettere all’indignazione e alla risolutezza di fare il loro ingresso(ne parleremo la prossima volta).

Il risentimento invece è una forma di rabbia che si ripete all’infinito, che si autoalimenta con provocazioni, punzecchiature, abili giochi vittimistici, perversi, che richiedono un risarcimento, restando sempre delusi. E’ un’ emozione magnetica che miete vittime, come in un contagio.

 

Dove la felicità e il successo oggi sono sentiti come un dovere, se si fallisce la vergogna si sostituisce al risentimento: l’individuo inizia, cioè, a sentirsi vittima della società, della politica, del web, dei familiari.

 

Il risentimento oggi diventa pubblico, scimmiotta azioni, mette in ridicolo la ​​complessità emozionale di un individuo o di una società. L’immagine dei Tronisti che si aggrediscono l’un l’altro con l’espressione: “Maria, Maria, posso parlare?” dei programmi della De Filippi può dare una chiara immagine di una reazione poco adeguata ad un problema fuori controllo.

 

Insomma oggi puoi mettere un’emozione tra parentesi o darne spettacolo, con la sicurezza di conformarti a un pubblico compiacente e urlatore (che sarai uguale al pubblico a cui ti rivolgi: compiacente e urlante).

 

L’importante è non nuocere.

L’importante è risolvere il problema e non far perdere tempo alle persone in lizza per il successo a cui è concesso tutto. Anche l’assoluzione.

Si passa sopra a tante cose. Ma è prevista una fine a questa umiliante corsa verso L’ IO realizzato? Che esista UN io e poi UN altro io e poi UN altro…tutti validi?

 

Quindi non esiste solo quello che percepiamo come diffuso e vincente. E anche parlare di “la società di oggi” è un modo di “essere sul pezzo”, è una forma di violenza silenziosa. È bene non generalizzare per non dare l’impressione che finanza politica televisione e web siano TUTTO. 

Questo dà un certo sollievo. No?

 

 

Nel prossimo post si parlerà della vergogna come strumento di punizione e di come,  provandola, si può produrre un miglioramento percepibile.

A presto!

 

Inspired by:

"Vergogna" di J.M Coetzee

"Vergogna: Metamorfosi di un'emozione" di Gabriella Turnaturi

"Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana" di Frank Furedi

 

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